LA MORTE “OSCENA” E LA CRISI DEL SENSO COMUNE DI UMANITÀ

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Qualche giorno fa, sul sito Raiawadunia, un articolo raccontava ciò che possiamo imparare (o riscoprire) sul dolore grazie al mondo animale. La vicenda dell’orca che ha vegliato il cucciolo morto per giorni interi vicino al porto di Genova, accompagnata dal branco, che non l’ha abbandonata e ha ripreso con lei il largo solo nel momento in cui ha deciso di lasciar andare il suo piccolo, ha commosso l’opinione pubblica. In tanti si sono interrogati sulla capacità emotiva di questi animali, sulle loro competenze di relazione, su ciò che, in un modo a noi non intellegibile, sono in grado di comunicare, facendosi carico – comunitariamente – del lutto. Un lutto che risulta sempre più difficile da accettare nella società moderna, fatta di rapide risoluzioni ai problemi, di performance da mantenere, di efficienza e soprattutto di negazione della fine, della caducità, del dolore stesso. Il dolore è “osceno” perché turba il quieto vivere e perché ci ricorda, senza possibilità di evadere il discorso, che nella vita non esiste solo il progresso, la positività, la gioia. Il dolore ci infastidisce perché potrebbe capitare anche a noi e non vogliamo immaginarlo. Questo è un fatto ancora umano, dato da una paura, dall’impossibilità – a volte – di farsi carico della cura che il dolore impone, dall’incapacità emotiva, che ci fa trovare impreparati di fronte a qualcuno che, semplicemente, chiede comprensione e accoglienza e non le risposte e soluzioni predeterminate che ogni giorno siamo abituati a dare. Poi esiste un altro tipo di rifiuto, quello strisciante di chi non riesce, nemmeno di fronte alla sofferenza altri, ad uscire dalla sua autoreferenzialità, dal suo io completamente autocentrato. È quello che si è manifestato in un ospedale a Sondrio in queste ore, quando una madre, appresa la morte della figlia di appena cinque mesi, si è lasciata andare a quello che è l’atto più naturale e normale per un essere umano: la disperazione. Continua a leggere…

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