Un’intervista allo scrittore Paolo Valentino

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Paolo Valentino, milanese, classe 1982, editor, ghostwriter ma soprattutto scrittore. Con il suo romanzo “Ritratto di famiglia con errore” (SEM 2017) ha riscosso da subito un successo che non era mancato alla sua opera precedente, tradotta in tutto il mondo, “Il metodo catfulness” (Mondadori 2016), una sorta di manuale del vivere bene grazie ai consigli e soprattutto alla prospettiva esistenziale di un gatto. Con il suo secondo romanzo “Tu salvati” (SEM 2019), Valentino si conferma uno scrittore attento all’indagine delle relazioni umane, dei sentimenti, dei pensieri – anche i più nascosti – dei protagonisti. Una scrittura che parte dal quotidiano per trasportare il lettore in un mondo fatto di piccoli misteri e storie da far tornare alla luce. Ho fatto quattro chiacchere con Paolo apposta apposta per i lettori del Bookclub Scintille

Quando hai “scoperto” che da grande avresti fatto lo scrittore?

Avrò avuto più o meno otto anni, quando mi misi a scrivere piccoli racconti a puntate che avevano come protagonisti i miei compagni di classe, ma con nomi storpiati. Io ero un bambino timido, balbuziente, ma i miei compagni aspettavano il proseguo della storia, e questo mi faceva sentire importante, era il mio modo di esprimermi. E poi leggevo, leggevo, leggevo… la mia maestra Anna, su un segnalibro fatto a mano che regalò a tutti noi scrisse: “A Paolo, che un giorno diventerà un grande scrittore, ma nel frattempo continuerà a essere un grande lettore”. “Grande scrittore” non lo so, ma “grande lettore” lo sono sicuramente rimasto.

Oltre ad essere autore sei anche editor e ghostwriter. Ci racconti qualcosa del tuo percorso di formazione?

Nella vita di ogni scrittore, a meno che non si scrivano bestseller, c’è sempre un lavoro che ti permette di, come si dice, portare a casa la pagnotta, ma anche di continuare a scrivere. Quando ho concluso l’università, l’idea del lavoro era un incubo, mi dicevo: “Cosa mai finirò a fare?”. La fortuna, invece, mi ha portato in una redazione giornalistica (anche se il giornalismo non è proprio il mio!), e poi a frequentare una scuola di specializzazione in editoria, dove ho conosciuto professionisti che lavoravano e lavorano ancora in Mondadori. Da lì, ho cominciato a fare qualche correzione di bozze e, a mano a mano, lavori sempre più a stretto contatto con gli autori, come l’editing. Finché la scrittura è tornata anche nel lavoro, facendomi diventare ghostwriter ma anche scrittore di serie di libri per bambini, sempre “sotto copertura”.

Come coniughi il lavoro sui testi degli altri e il momento creativo?

Eh, è il mio grande dilemma. Perché, ogni volta che si scrive, si usa l’anima, oltre alla tecnica. Ma dal momento che ho sempre nuove storie nella testa, e il tempo a disposizione, ahimè, non aumenta, sto cercando di limitare la mia attività di ghostwriter. È giusto, mi sono detto, concentrare le mie energie sulle storie che voglio raccontare a firma di “Paolo Valentino”, glielo devo. E lo devo a me stesso.

I tuoi libri raccontano un mondo ordinario da un punto di vista straordinario: il mistero che si nasconde nelle storie familiari, nei rapporti quotidiani, lega con un filo rosso i tuoi due romanzi. Da dove trai ispirazione creativa?

La realtà supera spesso la fantasia. A volte mi capita di ascoltare storie davvero pazzesche, non ho altro termine per descriverle. Si pensi poi anche a trasmissioni come “Chi l’ha visto?”, che raccontano casi complessi e sorprendenti. E poi penso che ciascuna storia, ciascun mistero, per piccolo che possa essere, sia importante per chi lo vive. Ognuno di noi ha un trauma, o un segreto, qualcosa che non ha mai detto a nessuno – ecco, nei miei primi due romanzi ho voluto partire proprio da tutto questo. Forse perché avevo bisogno anche io, in qualche modo, di scoperchiarmi, di rendermi più sensibile e vulnerabile alla realtà che mi circonda.

Spesso immaginiamo la vita dello scrittore come qualcosa di creativo, legato all’ispirazione. Da scrittore e editor puoi essere spietatamente sincero: quanto lavoro si nasconde dietro un libro? 

Per mia fortuna parecchio, visto che mi ci mantengo. Ma, come dico sempre, ogni libro è un’avventura a sé, e richiede una lavorazione che non può essere standardizzabile. È per questo che la più preziosa facoltà dell’editor è l’orecchio: deve entrare nel ritmo del testo che ha di fronte e muoversi al suo interno in punta di piedi, intervenendo laddove questo testo ha bisogno di essere “raddrizzato” – e con questo non intendo “corretto”, ma reso ancora di più il testo dell’autore che lo ha scritto, indicandogli i punti in cui lui stesso ha smarrito un po’ la bussola o ha avuto persino un po’ di pudore.

Stai già lavorando su qualcosa di nuovo?

La mia testa, purtroppo e per fortuna, non si ferma mai. Sì, sto lavorando a qualcosa di nuovo. E sarà tutta un’altra storia rispetto ai miei primi due romanzi. Si cambia ambientazione, si cambia epoca, si cambia tutto. Solo una cosa non cambia: l’anima, che è la mia, e che sto cercando di ascoltare e assecondare il più possibile, senza pormi freni. Spero che la scrittura mi seguirà in questa nuova impresa. Perché uno può immaginare tutte le storie che vuole, ma poi queste storie vanno create con un materiale fatto di frasi e parole, che va plasmato e che spesso ti chiede di modificare il progetto iniziale. È la fase più faticosa, ma anche la più bella.

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