C’era una volta la nebbia

Piazza Galvani

C’era una volta la nebbia, l’abbiamo lasciata là, quando l’Emilia Romagna ancora non c’era, speranzosa che qualcuno prima o poi ne potesse apprezzare il colore, un po’ incerta di quel suo essere così evanescente. Nessuno può toccarmi, nessuno può sentirmi, nessuno può assaggiarmi, e quando mi si vede è perché
nascondo tutto il resto, rifletteva guardandosi attorno, con il sospetto di non essere simpatica a nessuno.
Alla nebbia dispiaceva nascondere i colori attorno a sé, amava il verde degli alberi e dell’erba, la metteva di buon umore, le piaceva accarezzare la terra e adorava viaggiare lentamente galleggiando su fiumi e torrenti, ma la timidezza era tale da non riuscire proprio ad esprimere i suoi sentimenti. Cercava di stare nascosta per
non offuscare tutta la bellezza selvaggia che la circondava, ma ogni tanto la curiosità di vedere come stesse cambiando l’Emilia Romagna le faceva far capolino e, a quel punto, non resisteva alla tentazione di spandersi ovunque, di abbracciare ogni paesaggio in cui riuscisse a spingersi. Sperava, così facendo, di dimostrare il
suo amore senza bisogno di parole.
Passarono gli anni, uno dopo l’altro, e la nebbia rimase spettatrice silenziosa di tutti i cambiamenti che, poco a poco, trasformarono la Pianura Padana e il suo fitto intrico di natura. Scoprì le stranezze dell’uomo, rimase affascinata dalla nascita delle strade e seguì il crescendo di traffico che iniziò a popolarle, vide edificare
case e costruzioni, vide nascere le città che sorgono proprio dove, tantissimo tempo prima, ricordava ci fosse il mare. Amò anche loro fin dal primo mattone posato perché portavano nuovi stimoli e colori da esplorare. Desiderava tantissimo che qualcuno si congratulasse per come lei, lei soltanto, sapesse creare scenari
fiabeschi laddove altrimenti i paesaggi sarebbero stati sempre uguali, per l’atmosfera ovattata che nessun altro aveva il potere di evocare. Ma nessuno mai le diceva nulla, in sua presenza tutto taceva. Decise allora, al colmo dello sconforto, di non tornare, di non farsi mai più vedere perché tutta quella indifferenza la feriva e
la faceva sentire inutile. Passarono le stagioni, ma di lei nessuna traccia. Le persone iniziarono a chiedersi dove mai fosse finita, quale strano fenomeno se la fosse portata via. L’Emilia Romagna senza nebbia non è la stessa cosa. La nebbia non poteva sentire tutte quelle voci reclamarla perché lei è così, funziona proprio
come se si riempisse l’aria di cotone al punto che i rumori non arrivano dove dovrebbero.

Un giorno, parecchio infuriata, dopo tanto tempo dall’ultima volta in cui aveva girovagato tra campi e città, decise di uscire all’improvviso per capire perché nessuno si fosse ancora accorto della sua assenza prolungata. In pochi minuti avvolse i palazzi in modo che il rumore del traffico non fosse assordante come
sempre e che i cartelloni pubblicitari non distogliessero la vista di chi, rientrando a casa sui mezzi pubblici, si dedicava finalmente alla lettura. Ecco, avete visto quello di cui sono capace? E mentre si guardava attorno, compiaciuta del proprio operato, fu proprio allora che lo vide: un piccolo uomo*, appena uscito dal cinema, sbatteva gli occhi incredulo, non vedeva niente, assolutamente niente, neanche a un palmo dal naso. Nelle ore in cui era rimasto là dentro la nebbia aveva invaso la città, una nebbia spessa, opaca, che avvolgeva le cose e i rumori, spiaccicava le distanze in un spazio senza dimensioni, mescolava le luci dentro il buio trasformandole in bagliori senza forma né luogo. Il piccolo uomo, camminando macchinalmente per raggiungere la fermata del tram, sbatté il naso contro il palo del cartello. In quel momento, la nebbia s’accorse che l’omino era felice perché grazie a lei, il mondo attorno era temporaneamente cancellato, creando le condizioni perfette per conservare negli occhi le visioni del film appena visto. La nebbia contemplava incantata l’uomo sorridere mentre, imbacuccato nel suo cappotto, fissava la notte fuori dai vetri, sfruttando la situazione perfetta per sognare a occhi aperti, per proiettare davanti a sé un film ininterrotto su uno schermo sconfinato.
E finalmente, dopo tanto tempo, la nebbia capì che tutti quelli che ancora non avevano sorriso vedendola erano solo incapaci di sognare ad occhi aperti.

* Il piccolo uomo è Marcovaldo. Proprio lui, quello uscito dalla penna di Italo
Calvino. Senza di lui, non sarebbe stato possibile scrivere questa favola. Spero mi
possa perdonare, ovunque sia.


Alessandra Pradelli
Mi piace il blu, ascolto spesso i Beatles e, oltre a leggere, guardo parecchi film. Ho imparato a raccontare storie iniziando con la carta stampata e ora lavoro come copywriter e social media editor. Questa sorta di favola fa seguito ad un’altra, entrambe nate dalla voglia di fantasticare su tutto quello che, ai miei occhi, rende unica l’Emilia Romagna, terra dove sono ben piantate le mie radici e verso cui sento un’appartenenza viscerale.
www.qualcosascrivo.it

(S) punti di lettura

  • I. Calvino, Marcovaldo
  • E. Hemingway, Fiesta
  • S. Murata, La ragazza del convenience store

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google photo

You are commenting using your Google account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s