La Maschera

Piazza Galvani.jpg

1. Sono tutti in fila, seduti sulle panchine. L’istitutrice, in piedi di fronte a loro, continua a parlare. Non uno che ascolti. Aspettano solo il cambio nel tono della sua voce, il segnale per gettarsi in cortile. Tutti tranne loro, che la fissano in continuazione. Il Santo è dietro di lei, devono fare attenzione. Il che rende il loro gioco ancora più divertente. Ogni volta che suor Letizia distoglie lo sguardo, scocca una freccia. Ora tu, poi io. Vengono trafitti a turno. Prima a una gamba, poi a un braccio, per ultimo alla pancia e al petto. A quel punto alzano la maglietta e ci infilano una mano contorcendosi nello spasmo. Nel farlo si guardano ridendo. E’ piacevole essere colpiti. Ancor di più l’attimo che precede, quando la freccia arriva e tu sai che non mancherà il bersaglio. E’ struggente sapere di non avere scampo. Né tu, né l’amico che ti si dimena accanto. Proprio come il Santo laggiù, legato a un albero con la corda. Chissà se prova anche lui quello che provano loro. Lo scocco, il sibilo, lento e inesorabile, e la penetrazione. Di pelle e di carne. Meno dolorosa di un pizzicotto, più eccitante di un salto nel vuoto. Dolce, come una carezza.

2. Un bel giorno in bagno compare un giornaletto porno. Un pezzo, poche pagine strappate e infilate in mezzo a una vecchia rivista. Tutti lo sanno, nessuno le fa sparire. Lui non sa bene che farci. Se non rimanere con gli occhi incollati a quelle cosce aperte sopra le sue, accoglienti e calde. E’ in quel cesso che viene per la prima volta. Pancia a terra, i pantaloni abbassati, un suo compagno sopra di lui, che spinge. Non se ne rende conto subito, è travolto da una sensazione nuova. Rapito, non riesce a dire nulla. L’altro si è già alzato, si sta allacciando le braghe. Sente i suoi occhi interrogativi sulla schiena mentre esce veloce dal bagno. Ma lui rimane lì, a terra, il viso schiacciato sul pavimento. Si mette in ginocchio. Una lacrima opaca, densa e appiccicosa, gli bagna il prepuzio. Intenso, ma breve. E’ già finito. A pensarci fa quasi male.

3. E’ passato tanto tempo, ma non dimentica. Certe cose non possono essere rimosse. Ripensarci gli dà ancora un fremito. Lo scantinato, la palestra, la spalliera. La luce a piombo su quel corpo nudo, appeso, le coste in evidenza. Procace, nella sua virilità esposta. Osceno, offerto di schiena. Voglioso, dei colpi della sua frusta.

 Liberamente ispirato a “Confessione di una maschera” di Y. Mishima.


In definitiva, le parole sono tutto quello che abbiamo…” [R. Carver, “On writing”, 1981]

Paolo Beretta è nato a Roma nel 1971. Da molti anni vive e lavora in provincia di Bergamo. Come tanti, sottrae tempo ad altro per dedicarsi alle sue vere passioni. Fra queste la letteratura.

Scrivere per lui è prima di tutto un atto necessario. Il quale spesso si trasforma in una forma di piacere che, come ogni altra, richiede una commisurata dose di narcisismo, fatica e dedizione.


(S) Punti di lettura:

E. Hemingway, I 49 racconti

J.D. Salinger, Nove racconti

J. Roth, Fuga senza fine

 

1 Comment

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google photo

You are commenting using your Google account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s