(T) Racconto – n°7

Piazza Galvani

Mio nonno era una roccia e si chiamava Ignazio ma tutti lo chiamavano “Ino”. Mio nonno ha vissuto la guerra da ragazzino e ci raccontava delle storie: come quando raccoglieva i bossoli dei proiettili per le strade di una Palermo martoriata dai bombardamenti. Mio nonno ci raccontava che vedeva le navi da guerra in avvicinamento sul lungo mare di Sferracavallo, ci raccontava del frastuono degli aerei alleati che sorvolavano la città.

Mio nonno una volta in primavera ci disse che se getti dei batuffoli di cotone dal balcone le rondini li raccolgono per costruirsi il nido e una volta ci abbiamo provato insieme ma non si è avvicinato nemmeno un uccellino. Mio nonno era molto severo con i suoi figli, mi racconta mia madre, soprattutto a tavola obbligava mia madre e le sue sorelle a mangiare la carne, ma loro la nascondevano sotto al tavolo e solo molti anni dopo mio nonno se ne accorse quando cambiarono il tavolo.

Mio nonno portava sempre la canottiera sotto la camicia e quando si sedeva a tavola rimaneva con la canottiera bianca a costine e le ciabatte della Champ con mezzo piede fuori e aveva le dita dei piedi tutte storte. Mio nonno parlava spesso di politica e di sport. Mio nonno, dice mia madre, che una volta ha votato per Berlusconi! Mio nonno era un impiegato del Banco di Sicilia e una volta ha incontrato il Papa polacco a Palermo e le foto di quell’incontro erano poggiate sul mobile di legno chiaro in salotto accanto al telefono. Mio nonno era molto religioso e si ricordava sempre del mio onomastico e mi chiamava per farmi gli auguri.

Mio nonno si appuntava tutto in maniera maniacale e aveva un calendario in ogni stanza. Sul mobile del salotto, accanto al telefono, era segnata ogni tipo di informazione sopra dei foglietti di carta che riciclava dai calendari degli anni passati. Mio nonno prendeva nota di tutto, dal numero del 118 alla lista della spesa, alle pillole che doveva prendere prima di andare a dormire, fino ad arrivare ai numeri da giocare al Totocalcio. Mio nonno era appassionato di calcio e quando i giocatori non facevano il loro dovere diceva che erano delle “creme”.Mio nonno giocava sempre al Totocalcio con mio padre e creava lui stesso dei sistemi con i quali non vinceva mai, mio padre lo sapeva ma continuava comunque a giocare la schedina con lui. Mio padre chiamava mio nonno “Papà” anche se in realtà non era suo padre.

Mio nonno era un palermitano doc, faceva Basile di cognome, aveva il naso allungato, portava gli occhiali ed era una buona forchetta. Aveva i capelli lisci e radi, e li portava unti all’indietro. Mio nonno non sapeva guidare. Aveva una Fiat Panda celeste del 1980 e ricordo ancora l’odore della tappezzeria logora e dismessa. Mio nonno ci ospitava d’estate al mare a Capaci, e li ho passato i giorni più felici della mia infanzia. La mattina presto andavamo al mare con mia nonna e poco prima di pranzo mio nonno veniva a prendere mia nonna che si faceva trovare sempre pronta. Ci accorgevamo dalla spiaggia che era arrivato ancora prima di strombazzare il clacson perché grattava terribilmente la frizione.

Mio nonno aveva una radiolina e la domenica ascoltava le partite con due auricolari bianchi, i primi che abbia mai visto in vita mia. Mio nonno alla fine delle partite controllava sul televideo che aveva sbagliato tutti i risultati del Totocalcio. Mio nonno dopo pranzo si addormentava sempre con gli auricolari nelle orecchie e russava fortissimo. Mio nonno era una persona seria, mia madre me lo ricorda sempre, ma quando vedeva i suoi nipotini si scioglieva e sorrideva fino a chiudere gli occhi e lasciando intravedere i suoi denti sgangulati, e oggi me lo ricordo così, che sorride dietro i suoi occhialoni neri, magari malconcio per via dell’età ma sempre sorridente e affamato. Me lo ricordo che addenta un’arancina come se avesse ancora tutti i denti, me lo ricordo che sorride guardando mia figlia così come guardava me, sorridendo fino a chiudere gli occhi..

Mio nonno era una roccia, è sopravvissuto ad una guerra, agli anni di piombo, a tre infarti e cinque by-pass, mio nonno era una roccia ma, a lungo andare, anche le rocce si sgretolano.


Carlo Nix Lavoratore precario, padre e marito a tempo pieno. Nasce nella periferia nord di Palermo nel Maggio del 1984. Alla continua ricerca di nuove forme di espressione, scopre di saper scrivere un discreto italiano ma con notevoli problemi di ortografia. Dopo una sofferta laurea in Discipline della Comunicazione si trasferisce a Parma in cerca di (s)fortuna. Oggi utilizza la scrittura tra le nebbie della Palude Padana come unica forma di comunicazione con il mondo esterno che però non lo richiama mai. 
Scrive su DeliriDigitali  https://carlonix.wordpress.com/

(S) Punti di lettura:
S. Benni, Achille piè veloce
C. Palahniuk, Fight club
C. Bukowski, Factotum

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