(T) Racconto – n° 4

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La vite americana

La vite americana raggiunge, agli inizi dell’autunno, un punto di rosso particolarmente brillante. Lo mantiene per pochi giorni, quel rosso lì. Forse addirittura per poche ore. Ieri per esempio non aveva questo colore così forte, quasi innaturale, che ha oggi. Lo so perché sono passato da qui e l’ho guardata, la vite americana e ho visto anche che si è arrampicata fino in cima al palo dei fili elettrici. L’ho guardata perché è sulla strada di casa mia e perché oggi avevo in programmazione la manutenzione su questo palo, che per fortuna non è mica uno dell’alta tensione.

Lo vedo quel rosso infuocato che domani sarà già svanito. Lo vedo benissimo, sdraiato sul prato, che mi sembra che gli occhi mi si girino da soli. Ma io resisto, e fisso la vite e il suo rosso intanto che penso che non mi è mai successa una roba del genere. Sono quindici anni che faccio manutenzione ai pali della luce e una cosa così, mai. Una botta da non credere, come un calcio di mulo fra la cassa toracica e lo stomaco, anche se io, un calcio da un mulo mica l’ho mai preso. Be’ comunque ho sentito sta gran botta e un attimo dopo ero sdraiato nell’erba. Cinque metri mi son fatto, come la donna cannone sparata da un palo, però. Non mi sento più le gambe, veramente non mi sento più nemmeno le chiappe. Diciamo pure che dalla vita in giù è come se non esistessi. L’unica cosa di cui mi accorgo e il su e giù della cassa toracica. Se non fossi così distratto dal rosso della vite americana che è così bello direi che respirare mi brucia e che ho il cuore impazzito. Ce lo hanno detto al corso per la sicurezza, gli effetti di una folgorazione. E mi sa che ci sono dentro con tutte le scarpe (anti infortunistiche eh? con la gomma eh?). Ma morire così in un prato di erba soffice con gli occhi pieni di vite rossa… che romantico. Sì perché è così che andrà, sono spacciato, di qua non passa mai nessuno. Una macchina ogni morte di papa a dir tanto. Un paesino di 600 anime, chi vuoi che venga per di qua, io lo so, qui ci abito, non passa mai nessuno. Se ne parlerà per settimane al bar di paese.

“Alfio! Alfio vieniiiiiii”, una voce lontana. Riesco a sentirla oltre il sibilo che mi infesta le orecchie. Se non fosse che ho già preso un colpo, me ne verrebbe un altro, perché c’è Alfio che mi fissa, occhi negli occhi. Poi mi lecca tutta la faccia. “Alfio! Daiiiii vieniiiii”. Alfio, ti direi di rimanere se mi uscisse la voce. Alfio gira la testa verso il padrone, poi mi fissa ancora e mi dà un’altra leccatina. Non sa se andare o restare. Io apro e chiudo la bocca senza che ne esca un suono. Che roba!, questa al corso non ce l’avevano detta, che ti sparisce la voce. Alfio uggiola, mi guarda mentre faccio sta figura da scemo che apre e chiude la bocca senza che ne esca niente. Alfio piagnucola, raspa, gira in tondo e il suo padrone ci raggiunge. Viene un colpo anche a lui, a vedermi lì muto e immobile con la vite rossa che infiamma il cielo. Magari me la cavo, invece che lasciarci le penne. E dire che sarebbe stato così romantico…

Michela Poser

Sono nata nel Giugno di 40 anni fa in un paesino vicino in Francoforte sul Meno. Veneta di origine e emiliana di adozione, ho preso una bella quanto inutile laurea in Filosofia, di sui vado fiera quasi quanto di essere stata bocciata a catechismo a 13 anni.

Scrivo dall’adolescenza, ma non ho mai tenuto un diario.

(S) Punti di lettura:

O. Vorpsi, Il paese dove non si muore mai, Minimun fax

J. Ward, Salvare le ossa, NN editore

V. Wolf, Flush. Biografia di un cane

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