(T) Racconto – n°3

Piazza Galvani

Carmela

Giovanni guidava da tre ore senza aver detto una parola, era un fascio di nervi, rigido, gli occhi iniettati di sangue. Digrignava i denti. Lucia, accanto a lui, guardava le nuvole scorrere veloci. Se non sapessi com’è fatta, direi che a lei frega un cazzo della situazione. Le gambe lunghe, affusolate, coperte da shorts in jeans, strette al petto mentre fumando osserva lo scorrere del tempo, e sbadiglia.

“Giova, Luci, ci fermiamo? Ho fame”.

Giovanni non rispose, penso che nemmeno mi sentì, stava lottando coi pensieri. Lucia mi disse che ormai eravamo quasi arrivati e che avremmo mangiato appena ci saremmo fermati.
“Ah, va bene. No, è che ho fame davvero. Sennò non romperei le palle, ma ho proprio fa..”
Giovanni mi fulminò con lo sguardo attraverso lo specchietto retrovisore. Stavamo viaggiando a 150km/h in autostrada, non sapevo dove fossimo e nemmeno dove fossimo diretti, il cielo indaco era striato da nuvole arancioni, tutto quello che rimaneva del sole. Applicai un filtro alla situazione. Tra le mani di Lucia misi una rivista, immaginai Giovanni incazzarsi con la radio e invecchiai entrambi di vent’anni.
“Sembrate proprio i miei genitori. Sembrate proprio loro. Quasi quasi ammazzo anche voi”.

Giovanni accese la radio per non sentirmi. Lucia si girò per guardarmi, mi fece un carezza “tra poco mangiamo, dai, fai il bravo”. Le sorrisi, cosa le avrei fatto se non fosse stata la donna di Giova.
“Bravo Giovanni, un atteggiamento molto maturo. Sei proprio co..”
“Ahò, nun me devi rompe er cazzo. Statte zitto”. Lucia mi rivolse un sorriso, le feci l’occhiolino.

Era passata un’ora e ormai avevo allucinazioni olfattive, sentivo il profumo di panini salsiccia e cipolla e li vedevo fluttuare nell’abitacolo. Giovanni si ostinava a non parlare, pensai all’alito fetido che doveva avere. Lucia dormicchiava da una ventina di minuti, i lampioni ritmicamente davano profondità e anima al suo corpo, prima era nulla, poi angelo, poi mostro e di nuovo nulla. Stirai le spalle e il collo, mi sporsi in avanti, tra i due sedili “Giova, cazzo, io ho..”.
Giovanni inchiodò facendomi sbattere le spalle sui sedili ” ma sei scemo? porca troia!” mi guardai attorno, alla nostra destra un locale al cui muro era appeso un neon rosa enorme su cui era scritto 
ATPC. 
“Ma dove cazzo siamo?” Giovanni non rispose, prese tre lunghi respiri e aprì lo sportello. Osservai il collo, non era più teso. Uscito dall’auto stirò con le mani il cappotto e si incamminò verso l’ingresso del locale. Cercai lo sguardo di Lucia, lei fece spallucce “Scendiamo, dai”.

Nel locale l’aria era viziata, sigarette, alcol, profumo femminile, sudore. La luce rossa e soffusa che colorava le nuvole di fumo rendeva il tutto grottesco. Giovanni si avvicinò a un uomo sulla trentina che indossava uno smoking nero con dettagli dorati, aveva tre anelli per mano.
“Ciao Calò”. Il tizio si girò verso Giovanni, aveva i capelli leccati all’indietro e il naso, aquilino, sporco in punta di cocaina. “Chi minchia sei tu?”. Giovanni aveva le mani dietro alla schiena sotto il cappotto, pareva un anziano. “Te la ricordi Carmela Micciotti?”. Guardai Lucia confuso, sottovoce chiesi “Micciotti?” Lucia rispose urlando sottovoce “era sua sorella”. Il tizio elegante sbarrò gli occhi, la bocca si torse. Prima che potesse rispondere Giovanni gli aveva sparato due colpi in faccia.

I clienti urlarono, qualcuno si nascose sotto ai tavoli, contai cinque mani sparire dietro cinque schiene. Giovanni infilò la pistola tra le braghe e le mutande, si voltò verso l’ingresso.
Lucia cominciò a parlare “Ragazzi, ragazzi, ragazzi, noi non abbiamo paura di morire. Siamo già morti. Voi invece?” aveva estratto l’Uzi e puntava a due stronzi che erano evidentemente pronti a sparare. Dio li perdoni. Estrassi la mia glock e mossi il capo annuendo. Mio dio quanto era teatrale. Giovanni stava per uscire. Lucia camminava all’indietro senza perdere di vista i clienti del locale. “Noi adesso usciamo e nessun altro si fa male”. Feci come lei.

Seduti in auto Lucia appoggiò una mano sulla gamba di Giovanni, lui chinò il capo e chiuse gli occhi, infilò la chiave nel quadro e mise in moto. “Oh, adesso andiamo a mangiare però!”. Lucia si girò, e sbarrò gli occhi fissandomi in modo ammonitore. “che cagacazzo che sei, ‘nnamo” un ampio sorriso apparve sul suo volto, alzò la testa per guardarmi nello specchietto, infilò la prima e partì.


 

Sono Giovanni Irimia, un meticcio: padre rivoluzionario romeno, madre inglese.

Nato a Benevento nel bel mezzo del pacifico e sereno nulla, vivo a Boretto dal 2001.

Dal nulla al nulla con nebbia. Un passo avanti.

Tutti quelli che leggono almeno una volta provano a scrivere, chi sono io per offendere la tradizione?

(S) Punti di lettura:

G. Orwell, 1984

K. Vonnegut, Mattatoio n. 5

R. Bradbury, Cronache marziane

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