(T) Racconto – n°2

Piazza Galvani.jpg

La casa

Sua madre le dà la notizia in autunno. O almeno questo è quello che ricorda, quello che riesce a ricostruire dal contesto intorno a loro.

“Ho conosciuto un uomo, mi trasferisco da lui, a Genova”, le dice.

“Cosa?”, risponde lei.

Il corpo non si è mosso, ha solo girato la testa verso il posto del guidatore, dove sua madre è seduta anche se la macchina è spenta. Poco più avanti c’è un incidente e tutto è bloccato. Sono ferme a circa cinquanta metri da casa.

“Ho detto, Ho conosciuto un uomo e mi trasferisco a Genova” ripete sua madre.

“Sì, ho sentito”

“Sembrava di no”

“Era un intercalare di sorpresa, anzi di perplessità. Anzi no, di sbalordimento”.
Caterina lo chiama il gioco del climax. Le piace dire tre parole che generano un’onda che cresce. Lo fa da anni e ormai non ci bada nemmeno più.
La guarda fissa negli occhi, e sua madre guarda i suoi. Non capisce come riesca a non abbassare lo sguardo dopo aver detto una cosa del genere.

“E la casa?” chiede.

“La casa la vendo”.

“Vendi la casa di papà”, dice Caterina, e sul finire la voce si spezza.

“Papà è morto, e non è questa casa che lo riporterà in vita”.

Non era pronta per quella risposta. Non parlano mai di suo padre, nemmeno dopo tutti quegli anni. Non hanno mai detto la frase “È morto” prima di quel momento.

“Vendi la mia casa” riprende Caterina con la stessa inflessione. Non è una domanda, è un’affermazione che suona come un giudizio.

“La tua casa? Vivi a Bologna da dieci anni e a malapena torni per Natale, ma ora è improvvisamente casa tua”.

Caterina sente di avere le lacrime agli occhi, non sa perché. Si sforza di non piangere.

Un vigile fa loro segno con una paletta di avanzare, sua madre riaccende l’auto.

Quando entrano in casa, tra loro c’è un silenzio intoccabile.

Caterina va in camera sua. Tutto è rimasto com’era, e varcando la soglia qualcosa in lei si scalda. Qualcosa che ha a che fare con la tenerezza.

Quella stanza non dice più niente di lei, non c’entra nulla con chi è diventata, ma ora, a guardarla, le sembra che dentro ci sia tutto quello che la tiene insieme. Una gigantesca scatola che ha riempito di cose senza le quali non sarebbe più lei, senza le quali non riuscirebbe a riconoscersi.

Si avvicina alla scrivania e apre il cassetto sulla sinistra, prende la fotografia sul fondo. È lì da anni. Lei bambina e sua madre giovane, davanti alla torre di Pisa. Suo padre ha impostato l’autoscatto, si vede di tre quarti, la maggior parte del suo corpo dà le spalle alla macchina fotografica. Caterina e sua madre lo guardano, sembrano dirgli “Sbrigati!”, mentre lui sta correndo verso di loro e la sua figura è mossa, trasferita sulla pellicola.

Sembra una premonizione: suo padre che le rincorre ridendo, ma non fa in tempo. Un clic che scatta troppo presto.

Caterina infila la fotografia in un libro, poi infila il libro nello zaino ed esce.

Si ferma sulla porta tre secondi e guarda la sua stanza, bacia lo stipite di legno.

“Ciao”, dice.

Poi spegne la luce.


Silvia Pelizzari è nata nel 1983. Ha scritto per Pagina99, Huffington Post ed è co-direttore editoriale di Finzioni Magazine. Ha partecipato all’antologia Brave con la lingua – Come il linguaggio determina la vita delle donne (Autori Riuniti, 2018) con il racconto Tutto quello che vuoi. Sta lavorando al suo primo libro.

(S)Punti di lettura

 

Joan Didion, Diglielo da parte mia

Julio Cortázar, Il gioco del mondo

Juan Rulfo, La pianura in fiamme

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