(T) Racconto – n° 1

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Piazza Galvani.

Ho immaginato che il Nettuno avesse il tuo volto, le tue fattezze. Ho osservato i tuoi occhi perplessi sopra una barba posticcia, il tuo dito indice portato alla bocca, a chiedermi di non rivelare il tuo segreto ai passanti. Ho immaginato Piazza Maggiore abbracciata alle prime luci di un’alba che non saremmo mai stati in grado di imprigionare, né tu né io. Le avremmo conservate in un cassetto delle nostre memorie, per rivederle ogni volta in un modo diverso.

Si chiese come sarebbe stato annegare il teatro anatomico dell’Archiginnasio. Immaginò la vergogna dell’acqua strisciare fuori dai pori dell’abete, corteggiare lentamente la tavola del dimostratore, conquistarne lenta il corpo, il suo cuore, e prima ancora di avere concluso la sua opera, volgersi alle scale. Accarezzare e promettersi in dono alle caviglie degli Spellati del Lelli, e poi annegare l’Anatomia di una sirena a vendicarsi del suo canto, tra i corpi dei marinai addormentati in un letto di oceano. E di nuovo all’Oceano seguì il buio, allora immaginò un incendio, e le fiamme le bruciavano gli occhi rivolti a Ippocrate e Galeno, il rigore dell’Anatomia, che in un altro sogno aveva la coda di un pesce, sciogliersi al dono di un putto prima non ricambiato. E quando tutto fu liso e consunto, scorse le sue dita sottili afferrare, e poi lasciare scivolare via un pezzo di sé nella cenere bruna. E uscì all’esterno, alla luce di quell’incendio reale al centro del cielo.

Scivolò non vista oltre il porticato, tra gli studenti con le loro cartellette in Piazza Galvani e un’anziana matrona con una scopa di saggina tra le mani, e infine si sottrasse alla vita, agli sguardi in via de’ Foscherari. Dall’androne di una porticciola semiaperta, Lucio Battisti soffiava il primo inverno fuori dalle sue labbra venute da lontano, in una scia umida di condensa e di idrogeno. Si soffermò ad indugiare sulle sue caviglie nervose di passaggio, le caviglie di una giovane donna capace di annegare e bruciare milioni di teatri anatomici. Perché non entri?, le chiese, e così fermò la sua corsa. Le braccia diritte, pesanti, incapaci di fornire una risposta al cantautore. Ti odio, avrebbe voluto rispondergli, ottenere in risposta un silenzio, Perché mi stai perseguitando?, e avrebbe battuto i suoi piccoli pugni sul petto di lui, lo sguardo schiacciato sui sampietrini. Ti vedo ogni giorno, le avrebbe risposto, in tanti incroci diversi, nelle piazzette dove mi fermo a bere qualcosa in compagnia di qualcuno che non è realmente mio amico, e lei sì, lo sapeva, avrebbe ribattuto sprezzante, ma di nuovo gli avrebbe chiesto perché, di nuovo gli avrebbe chiesto perché ovunque lei si trovava, lui fosse lì. Sotto i portici caldi, nei prati gelati, al bancone di un bar, ovunque le parlava di un tempo diverso, di un’epoca che non sarebbe mai stata, di una finestra spalancata su qualcosa che non le apparteneva, che non era lei. Lasciami entrare, le sussurrò, e ti lascerò andare via, non ti farò del male. Non ho mai voluto farti del male davvero, sono solo il riflesso allo specchio di una nostalgia, la malinconia che ti risveglia al centro del petto alla fine di un sogno che hai fatto, la possibilità di un ricordo in cui non sai dire se eri davvero presente.

E mentre pronunciava queste parole, lei alzò gli occhi alla porta, e lui non c’era più.


Alessandro Castelli, emiliano e parmigiano d’oltretorrente (che qui queste cose contano), psicologo psicoterapeuta, amo i Monty Python, le canzoni acustiche tristi e le storie in cui non succede nulla. Ho una fobia per i volatili, ma penso che i cavalli siano ben più inquietanti. Ritengo il Sé una moltitudine bene apparecchiata.

(S) Punti di lettura:

Ágota Kristóf, Trilogia della Città di K.

Tiziano Sclavi, Tre

Guido Morselli, Dissipatio H.G.

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