La giusta Mezura (recensione)

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Ci hanno insegnato questo: ti innamori, sei la luce dei suoi occhi…finisci per arrenderti ai baci perugina e a tutto il resto. Non ci hanno detto niente di quello che c’è dopo. Un buco. Un vuoto delle parti. La pagina seguente sono i comici in tv che prendono in giro la moglie che gli rompe le palle. Le chiacchiere da bar su quella stronza che ti aspetta a casa. Le lamentele con le amiche su lui che non pulisce mai. I figli, l’amante, il divorzio. Rifarsi una vita. Ma che c’era nel mezzo? Come si è passati dal prima al poi? Dov’è che l’amore sbaglia e diventa sopportazione? Là nel mezzo c’è l’umanità, la nostra limitatezza nell’essere solo persone. C’è la storia vera, il capitolo per cui serve uno sforzo per trovare l’ispirazione.

Mia e Manuel, trent’anni, l’università alle spalle e lavoretti di fortuna per sopravvivere e provare a inventare un futuro in cui i sogni non vengano messi da parte. Mia è un’artista, ma fa la commessa in un negozio, Manuel lavora in un ristorante e – appena può – scrive. Vivono in un appartamento nel centro di Bologna insieme ad alcuni coinquilini. Una storia “solita e banale come tante” avrebbe detto Guccini, di quelle che non meritano certo un premio per la loro originalità. Tanti hanno già descritto la condizione dei giovani precari, tanti si sono cimentati nel racconto di un’intera generazione sospesa fra un’eterna adolescenza e il mondo adulto. Flavia Biondi però, autrice della graphic novel, La giusta Mezura (Bao, 2017) fa un passo in più e ci descrive, con una sensibilità priva di qualsiasi spirito ostentatamente engagé, gli “effetti collaterali” della vita precaria.

Continua a leggere la mia recensione su Gli Stati Generali…

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