Maestoso è l’abbandono

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Ho sempre desiderato non avere bisogno di nessuno, davvero e non per orgoglio. Poter decidere di passare i miei giorni a leggere, essere perfettamente sana, di mente, di corpo, raggomitolata su una poltrona, elegante, con una coperta di lana sulle gambe, le luci basse, un infuso da sorseggiare posato sul tavolino, il telefono spento, nessuna aspettativa. Riflettevo sulle persone dall’infanzia felice, quelle a cui le difese hanno sempre funzionato è che non si capacitano dei cortocircuiti dell’altro. Credono di rimanere spiazzate dall’insensatezza di certi movimenti dell’inconscio, riconoscono invece li qualcosa di familiare. Chi è originale, chi ha paura di salire su un treno, chi salva i piccioni, chi crede di essere sempre malato, chi vive in amore immaginario, chi sviene quando vede partire un aereo, consente all’altro di accedere all’insondabile senza riconoscerlo come proprio. Una piccola fortuna. È dunque una presenza generosa la sua, se volessimo soppesare il tipo di scambio con un’unità di misura scelta a caso nel sistema dell’universo. Un luogo comune per sognatori, il bisogno di fascinazione. Là fuori intanto fanno un gran parlare di jouissance. Un chiacchierio continuo.

S. Gamberini, Maestoso è l’abbandono, Hacca, 2018.

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